IN MEMORIA DEL MIO PRIMO PARROCO

IN MEMORIA DEL MIO PRIMO PARROCO

Domenica 7 marzo.
E' mezzogiorno. Sono appena tornato dalla Chiesa.
Squilla il telefono. Alzo la cornetta e ascolto.
Una voce, rotta da singhiozzo, mi dice: “E' morto Monsignore”.
Rimango sorpreso e senza parola.
 
Sento spegnersi qualcosa della mia vita.
Mons. Pietro Faita è stato il primo parroco e sono il curato che più a lungo rimase al suo fianco.
 
Alla mente mi affiorano tanti ricordi.
 
A pochi giorni dalla mia Ordinazione Sacerdotale, il Vescovo mi destinò all'oratorio di Verolanuova.
Telefonai al prevosto: mi fissò l'appuntamento.
 
Arrivai a Verolanuova un pomeriggio di luglio:
luce e calore riempivano il paesaggio  e l'atmosfera, ma soprattutto il mio animo di giovane sacerdote.
 
Mi recai in chiesa.
Rimasi meravigliato della sua grandiosità e armonia.
Compresi di essere in una bella parrocchia.
Mi inoltrai per la navata, osservando gli altari di un lato e dell'altro.
Giunto sotto la cupola, notai su un banco il tricorno con il fiocco rosso: il prevosto era già presente.
 
Imparai presto a conoscere quel segno:
al mattino, nel pomeriggio e alla sera quella berretta la trovavo sempre sullo stesso banco e indicava che il prevosto era in chiesa, il più delle volte in coro a pregare.
 
Rimasi a guardare le tele del Tiepolo e del Celesti, fin quando vidi spuntare a fianco dell'altare maggiore e venire avanti in presbiterio la figura alta e agile di Monsignore.
 
Mi accolse presso i gradini.
Allargò le braccia e mi disse:
“Ti voglio dare un bacio”.
Si chinò e me lo stampò in fronte.
 
Poi mi portò all'oratorio; me lo presentò con parole essenziali.
Congedandomi, mi raccomandò di essere presente il sabato successivo.
 
Il 14 luglio 1962 iniziai il mio ministero di curato per la gioventù.
 
Il Signore mi aveva ordinato per sua grazia.
Il Vescovo mi aveva mandato con la sua benedizione.
 
Il Parroco mi aveva accolto con un  bacio.
Questo mi bastò per caricarmi di fiducia.
 
Quanto lavoro! Quante belle esperienze! Quante soddisfazioni.
Non mancarono i momenti di stanchezza e di difficoltà.
Ricordare quel bacio non mi faceva sentire mai solo e mi dava slancio per riprendere.
 
Per 13 anni rimasi al fianco di Monsignore come curato.
 
Il tempo passò veloce.
Gli anni e gli acciacchi incominciavano a farsi sentire.
Il rinnovamento del Concilio esigeva energie nuove.
Monsignore decise di lasciare Verolanuova.
Fu una scelta sofferta, coraggiosa, responsabile.
 
Toccò a me esprimergli a nome della comunità il ringraziamento e il saluto: ne conservo ancora gli appunti non solo con lo scritto ma nell'animo.
 
Al momento della sua partenza, mentre salivamo sui pullman e nelle macchine, il cielo si caricò di nubi.
Un forte temporale ci accompagnò per tutto il viaggio fino a San Zeno al Foro di Brescia, nuova sua sede.
Fummo in tanti a dire: “Anche il tempo ha evidenziato l'amarezza per il distacco del pastore dai suoi fedeli”.
 
Anche per me maturò il tempo.
Il Vescovo mi fece parroco a Botticino Mattina.
 
Mi bastò poco per capire che cosa è la responsabilità.
Di fronte al primo problema non fu più possibile rinviare ad altri la soluzione: la croce era tutta mia.
 
Incominciai così a sentirmi parte della comunità.
 
Dovevo provvedere a tante cose,  capire le persone, consigliare con saggezza, soprattutto precedere con l'esempio.
 
Desideravo per le solennità di Natale e di Pasqua, avere un altro sacerdote soprattutto per le confessioni.
Ne parlai a Monsignore: lui accettò.
 
Per tutti gli anni, sia a Natale che a Pasqua fu sempre da me.
Lasciavo a lui la celebrazione della Messa solenne con l'omelia.
La gente mi suggeriva che in quelle ricorrenze toccava al parroco.
Rispondevo con un sorriso.
In cuore sentivo che rendevo Monsignore contento e davo un esempio alla comunità.
 
Lui, a chi gli chiedeva dove trascorreva le feste, diceva: “Dal mio curato”.
 
Per lui sono sempre stato il suo curato.
Credo che anche dal cielo continui a vedermi così.
 
Al mio primo parroco esprimo affetto e prometto preghiere.

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