EL SOCH DE NEDAL: Il ceppo di Natale

Con l'inverno nelle campagne la vita cambiava. La nebbia copriva tutto con una coltre impenetrabile. Le piante alzavano rami senza foglie, come braccia tese ad accogliere la brina che scende dal cielo. Sotto le zolle i chicchi di grano, impregnati di umidità, si preparava­no a vita nuova. Gli uomini finalmente potevano godersi il riposo. Ci si rifugiava nelle stalle, unico posto un po' riscaldato: Non c'erano termosifoni, ma solo l'alito delle mucche; non c'erano tendaggi ricamati, ma abbondanti ragnatele. In compenso si stava volentieri insieme. Si raccontavano le storie dei tempi passati. Si giocava a carte. Si preparavano gli attrezzi per il lavoro futuro. Si pregava. Quanta pace! Quanta compagnia! Quanti sogni coltivati!
Le giornate passavano lentamente, ritmate da alcuni riti tradizionali: l'uccisione del maiale, la Santa Lucia, la raccolta del muschio, il pre­sepio.
 
Arrivava così Natale. La vigilia, fin dall'alba, c'era movimento. Le donne riordinavano la casa, pulivano i pavimenti impregnati non di cera ma di terra, estraevano dall'unica credenza tutti i piatti, pre­paravano la tovaglia rossa profumata di pulito. Sotto i porticati gli uomini mettevano ogni cosa al proprio posto. Il cortile diventava l'aia pronta per le grandi feste. Il papà portava alla mamma quanto bastava per il cenone della vigi­lia: il cappone appositamente ingrassato, il primo salame della stagio­ne, l'anguilla marinata, le verdure dell'orto.
II pomeriggio era dedicato ad altre pulizie. Insieme andavamo in chiesa. Là ci attendeva il parroco. La nonna ci aiutava a fare l'esame di coscienza, ci raccomandava di fare bene ogni cosa.
Poi uno alla volta, dal più piccolo al più grande, salivamo al confes­sionale.
 
Quando tornavamo tutti insieme a casa, sentivamo nell'aria il profumo di bollito e di tante altre cose buone. Calato il sole, il buio avvolgeva nel silenzio tutta la campagna e invi­tava all'intimità. Allora, al richiamo della mamma, ci mettevamo a tavola: l'appetito era forte, ma eravamo certi che sarebbe stato appagato.
 
Era bello stare insieme, mangiare insieme, parlare insieme. Condividevamo i doni della Provvidenza e i frutti del lavoro vissuto nella fatica. Quella cena era la più significativa dell'anno.
Alla fine della cena i nostri occhi di ragazzi tendevano a chiudersi: il sonno ci chiamava a letto, ma noi eravamo tenaci a non lasciare la tavola: tutto lì era pieno di sapori, di gioia, di pace.
 
Era il papà ad alzarsi per primo. Con la mano ci faceva cenno di pazientare. Usciva sotto il portico e rientrava portando con le sue braccia nerboru­te "èl soch piö gross" (il ceppo più grosso). Lo metteva nel mezzo del focolare. Sopra gli tracciava con la cenere una grossa croce.
E gli dava fuoco. Noi stavamo a guardare. La legna era poca; l'inverno lungo e rigido. Che "èl soch piö  gross" (il ceppo più grosso) bruciasse durante la notte, mentre noi erava­mo sotto le coperte, sembrava uno spreco. Con la trepidazione che ci veniva dal rispetto ai genitori, quasi sottovo­ce, chiedevamo: "Papà, perché lo bruci adesso? Stiamo per andare a dormire. Brucia inutilmente". Stretti attorno ai suoi pantaloni, con lui tendevamo le mani per senti­re il primo calore. I suoi occhi brillavano di emozione: era la tenerezza del padre felice di comunicare ai figli la sapienza della vita. Con la calma dei momenti solenni ci rispondeva:
"Questa notte nascerà Gesù. La sua mamma vedrà il fuoco acceso. Scenderà qui in casa nostra a scaldare i "panezei" (i pannolini). E Gesù sarà contento d'essere venuto sulla terra, perché sentirà quan­to gli vogliamo bene".
 
Porte e finestre erano chiuse. Per la nostra fantasia di ragazzi non restava altra entrata che il camino. Con curiosità ci mettevamo a guardare su tra il buio.
Salivano le faville: sembravano partite dal nostro cuore e luminose dei nostri sentimenti.
"Èl soch piö  gross" (il ceppo più grosso) era diventato "èl soch de Nedal".
 
Andavamo a dormire sognando che quella notte avremmo ospitato la mamma più dolce: Maria.
Al mattino, ancora insieme, partecipavamo alla Messa Solenne di Na­tale. I canti facevano risonanza alla gioia di tutti. Salivamo a ricevere la Comunione.
A casa il "soch de Nodal" si era consumato. Rimaneva la cenere e qualche tizzone. Ormai non occorreva più. Gesù aveva trovato un altro calore: quello dei nostri cuori che erano per Lui.

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