ANCHE LA MALATTIA PUÒ FIORIRE

E’ una verità semplice e grande allo stesso tempo, quella che vorrei riuscire a testimoniare:
nella nostra debolezza si rivela la potenza di Dio; anche la malattia può essere un deserto che fiorisce.
 
Con pudore e trepidazione vi comunico un pezzo della mia anima. Ecco alcuni passaggi da me vissuti. Li descrivo, raccontando quanto mi accadde e i sentimenti che avvertii in me.
 
1) L’ INIZIO DELLA MALATTIA
 
Ero parroco da poco tempo in quella parrocchia. Mi sembrava di viaggiare a grande velocità sulle strade dei miei progetti pasto­rali. La malattia mi si presentò davanti inaspettata e irrompente, come un vigile con la paletta in mano che ferma per il controllo. Ricordo i particolari della prima visita medica.
Terminato l'elettrocardiogramma, il dottore mi disse:
“Conosco due tipi di malati: quelli che dicono di avere tanto ma hanno poco e quelli che dicono d’avere poco ma hanno tanto. Non vorrei che lei fosse uno di questi ultimi”
 
In ospedale mi confermarono la stessa diagnosi: miocardiopatia dilatativa al terzo livello.
Non mi pareva possibile. Consultai altri specialisti. Il verdet­to fu sempre lo stesso. Mi sentivo confuso.
Non accettavo consigli nemmeno da chi mi voleva bene. Mi ribellavo perfino al Signore.
 
E il Signore mi concesse la grazia di fare ”verità in me”. Capii d’essere come lo stagno. Lo stagno appare limpido finché è tranquillo. Bastano alcune raffiche di vento che dal suo fondo salgono fango e foglie, morte da chissà quando.
 
Così dal mio intimo, con la malattia, emersero passioni e ombre che oscuravano il sole della mia anima.
Mi ritenevo un buon prete che lavorava per il Regno di Dio: era an­che vero.
Mi  accorsi però che le riuscite personali, le compiacenze dei fedeli, la soddisfazione del protagonismo erano un buon concime per il mio io. La malattia mi demolì quanto di effimero andavo operando.
E Dio mi diceva: “Esci dalla tua terra e va dove io ti mostrerò”.
 
2) UNA VOCAZIONE NUOVA
 
I medici e i superiori insistevano perché ridimensionassi la mia vita.
Mi chiedevo: “Cosa vorrà il Signore da me?”
Prima di rinunciare alla parrocchia, con il tormento nell’anima, tornai in ospedale dal medico che mi seguiva: era una donna stimata per competenza professionale e per la sua fede.
Le chiesi con insistenza medicine più forti. Lei mi consigliò: “Il suo cuore non può fare più di tanto. La­sci l’attività pastorale. C’è bisogno di confessori che sappiano ascoltare. Diventi prete dell’ascolto”.

 
Non so se quella dottoressa fosse ispirata. Comunque sia, ora non sono più parroco. Ascolto il cuore del mondo, Ascolto il gemito di tanti fratelli. Mi dedico soprattutto al ministero delle confessioni. Cerco di diffondere speranza.
Dentro ho pace. Sono certo che Dio fa sentire a ogni età la sua chiamata e volge tutto al bene per quanti lo amano.
 
3) IL CENTUPLO PER UNO
 
Pietro disse a Gesù: "Maestro, noi abbiamo lasciato tutto. Che cosa avremo?”.
Gesù rispose: “I1 centuplo su questa terra e la vita eterna”.
Più volte nel mio ministero constatai che questo è vero. La malattia me lo rese ancora più evidente.
 
Ero in ospedale e stavo male. MI parlavano di trapianto del cuore. Immobile nel letto rividi la mia vita. A una mia nipote, venuta a trovarmi, chiesi di scrivere questi pensieri che le dettai:
 
« Non ho fatto famiglia mia, ma quante case si sono aperte a me e mi hanno accolto.
Non ho generato figli secondo la carneianza, ma quanti ragazzi e giovani ho aiutato a conformarsi a Cristo!
Non ho avuto la sposa, ma pochi conoscono il cuore di donna come il prete.
Non ho avuto lo stipendio della professione, ma la generosità dei fedeli mi è stata superiore.
È arrivata la malattia, ho rinunciato alla parrocchia, ma ho risco­perto la grandezza del pregare e del confessare.
Per me è giunto il tempo di fermarmi e di tacere, ma il Signore mi rivolge parole di vita.
Costretto a letto, guardo il Crocifisso appeso alla parete e Lui mi insegna a stare in croce e a dire: "Signore, ti appartengo”.
Se giungesse la chiamata definitiva, sarei pronto a rispondere: “Eccomi”;
e ho la speranza che il Signore mi dirà: “Sei stato fedele nel poco, entra nella mia gioia”
 
E’ vero!
Il Signore dà il centuplo già su questa terra.
 
4) L' ATTIMO PRESENTE BASTA
 
La malattia non è solo sofferenza, è anche limitazione di sé e man­canza di progetti.
 
Era un giorno piovoso e grigio. Stavo in casa e mi sentivo molto triste. La vita mi appariva vuota e inutile. Pensai di pregare. Lo feci veramente. Ricordai la parrocchia, i confratelli impegnati con me nel ministero e al­tre persone. Il tempo mi passò veloce. Alla fine sentii tanta pace e con gusto mi dissi: “Come è importante un prete che prega”.
 

Un’altra volta partecipai a un incontro vocazionale per gio­vani. Quei giovani parlavano di progetto di vita, si chiedevano qua­le progetto Dio avesse su di loro. La parola “progetto” focalizzò la mia attenzione. Intervenni e dissi:
“Fa piacere sentire i giovani parlare di progetto. La vita deve svolgersi secondo un progetto. La malattia però mi ha fatto capire una cosa che vi voglio comunicare. Ora io non ho progetti. Vorrei averli, ma non mi sono concessi. Ho a mia disposizione solo l’attimo presente. Ebbene, questo mi basta per dire Sì al Signore”.
 
E’ vero!
Basta l’attimo presente per costruire l’eternità, per glorificare Dio e amare i fratelli con tutte le proprie forze.
 
5) IL PENSIERO DELLA MORTE
 
La morte fa paura. Tale sentimento è normale, sta a dire che amiamo la vita.
È importante che impariamo per tempo a morire e che chiediamo al Signore la grazia di morire bene.
Ma come percepire la morte?
 
In uno dei miei controlli periodici il medico mi disse in modo scherzoso: “Reverendo, dimentichi l’attività, pensi di più alla sua anima”.
 
Ritornato a casa, mi presi un poco di riposo. Steso a letto, riandai a quella frase del medico. Anch’io l’avevo pro­nunciata più volte … ma a chi stava per morire.
Naturalmente pensai alla mia morte. La sentii come la fine di tutto. In quel momento mi raggiuse la Grazia di Dio. Fu come un’illuminazione: breve ma intensa, che mi lasciò una dolcezza squisita in fondo al cuore.
 
Vorrei riprovarla, ma mi basta quella. Vorrei comunicarla, ma le parole non sono adeguate.
Compresi chiaramente che “la morte è l’abbraccio con il mio Si­gnore”.
 
La vita è una cosa seria.
La malattia è ancora più seria.
La vita va riempita bene.
La malattia può completare in noi la passione del Signore.
Nella vita tutto è grazia.
Anche nella malattia è presente Dio.
Per sentirlo basta che ci abbandoniamo in Lui.

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