BIOGRAFIA

Nato a Montichiari il 15 gennaio 1938, cresciuto a Vighizzolo, era stato ordinato sacerdote il 23 giugno 1962.

Dopo la prima esperienza come curato a Verolanuova (1962-1977), dal 1977 al 1988 era stato parroco di Botticino Mattina e dal 1988 al 1991 di Borgosatollo.

Negli stessi anni aveva ricoperto anche l’incarico di assistente ecclesiastico della Coldiretti. Nel 1991 in seguito alla malattia era stato costretto a rinunciare alla parrocchia, ritirandosi a Montichiari dove da allora ha continuato a svolgere il suo ministero.

Dopo aver subito il trapianto di cuore si era messo al servizio della parrocchia di Santa Maria Assunta prima con l’abate monsignor Bertoni e poi con monsignor Fontana. Anche nell’ultimo anno, nonostante le condizioni di salute fossero peggiorate e rendessero difficili i movimenti, non mancava la celebrazione della Santa Messa domenicale in Duomo. Proprio durante il periodo trascorso a Montichiari si era fatto conoscere per la pubblicazione delle sue «Briciole di bontà», brevi poesie di carattere religioso che offrivano sempre uno spunto di riflessione e che distribuiva su piccoli foglietti a chi incontrava. Testi che sono poi stati raccolti in cinque libri. Allo stesso modo negli ultimi anni aveva utilizzato internet come strumento di evangelizzazione insieme alla sua mail settimanale «Teniamo viva la Parola» di riflessione sulle letture della Santa Messa domenicale.

Una presenza assidua e quotidiana nel confessionale, la disponibilità instancabile all’incontro con la gente e la semplicità contagiosa con cui, anche nei momenti difficili, faceva sempre trasparire la sua fiducia in Dio. Sono alcuni dei caratteri che hanno contraddistinto.
Don Luigi Lussignoli salito alla casa del Padre il 18 marzo 2017 a Montichiari all’età di 79 anni. 

don Luigi Lussignoli

EL SOCH DE NEDAL: Il ceppo di Natale

Con l’inverno nelle campagne la vita cambiava. La nebbia copriva tutto con una coltre impenetrabile. Le piante alzavano rami senza foglie, come braccia tese ad accogliere la brina che scende dal cielo. Sotto le zolle i chicchi di grano, impregnati di umidità, si preparava­no a vita nuova. Gli uomini finalmente potevano godersi il riposo. Ci si rifugiava nelle stalle, unico posto un po’ riscaldato: Non c’erano termosifoni, ma solo l’alito delle mucche; non c’erano tendaggi ricamati, ma abbondanti ragnatele. In compenso si stava volentieri insieme. Si raccontavano le storie dei tempi passati. Si giocava a carte. Si preparavano gli attrezzi per il lavoro futuro. Si pregava. Quanta pace! Quanta compagnia! Quanti sogni coltivati!

Le giornate passavano lentamente, ritmate da alcuni riti tradizionali: l’uccisione del maiale, la Santa Lucia, la raccolta del muschio, il pre­sepio.

Arrivava così Natale. La vigilia, fin dall’alba, c’era movimento. Le donne riordinavano la casa, pulivano i pavimenti impregnati non di cera ma di terra, estraevano dall’unica credenza tutti i piatti, pre­paravano la tovaglia rossa profumata di pulito. Sotto i porticati gli uomini mettevano ogni cosa al proprio posto. Il cortile diventava l’aia pronta per le grandi feste. Il papà portava alla mamma quanto bastava per il cenone della vigi­lia: il cappone appositamente ingrassato, il primo salame della stagio­ne, l’anguilla marinata, le verdure dell’orto.

II pomeriggio era dedicato ad altre pulizie. Insieme andavamo in chiesa. Là ci attendeva il parroco. La nonna ci aiutava a fare l’esame di coscienza, ci raccomandava di fare bene ogni cosa.

Poi uno alla volta, dal più piccolo al più grande, salivamo al confes­sionale.

Quando tornavamo tutti insieme a casa, sentivamo nell’aria il profumo di bollito e di tante altre cose buone. Calato il sole, il buio avvolgeva nel silenzio tutta la campagna e invi­tava all’intimità. Allora, al richiamo della mamma, ci mettevamo a tavola: l’appetito era forte, ma eravamo certi che sarebbe stato appagato.

Era bello stare insieme, mangiare insieme, parlare insieme. Condividevamo i doni della Provvidenza e i frutti del lavoro vissuto nella fatica. Quella cena era la più significativa dell’anno.

Alla fine della cena i nostri occhi di ragazzi tendevano a chiudersi: il sonno ci chiamava a letto, ma noi eravamo tenaci a non lasciare la tavola: tutto lì era pieno di sapori, di gioia, di pace.

Era il papà ad alzarsi per primo. Con la mano ci faceva cenno di pazientare. Usciva sotto il portico e rientrava portando con le sue braccia nerboru­te “èl soch piö gross” (il ceppo più grosso). Lo metteva nel mezzo del focolare. Sopra gli tracciava con la cenere una grossa croce.

E gli dava fuoco. Noi stavamo a guardare. La legna era poca; l’inverno lungo e rigido. Che “èl soch piö  gross” (il ceppo più grosso) bruciasse durante la notte, mentre noi erava­mo sotto le coperte, sembrava uno spreco. Con la trepidazione che ci veniva dal rispetto ai genitori, quasi sottovo­ce, chiedevamo: “Papà, perché lo bruci adesso? Stiamo per andare a dormire. Brucia inutilmente”. Stretti attorno ai suoi pantaloni, con lui tendevamo le mani per senti­re il primo calore. I suoi occhi brillavano di emozione: era la tenerezza del padre felice di comunicare ai figli la sapienza della vita. Con la calma dei momenti solenni ci rispondeva:

“Questa notte nascerà Gesù. La sua mamma vedrà il fuoco acceso. Scenderà qui in casa nostra a scaldare i “panezei” (i pannolini). E Gesù sarà contento d’essere venuto sulla terra, perché sentirà quan­to gli vogliamo bene”.

Porte e finestre erano chiuse. Per la nostra fantasia di ragazzi non restava altra entrata che il camino. Con curiosità ci mettevamo a guardare su tra il buio.

Salivano le faville: sembravano partite dal nostro cuore e luminose dei nostri sentimenti.

“Èl soch piö  gross” (il ceppo più grosso) era diventato “èl soch de Nedal”.

Andavamo a dormire sognando che quella notte avremmo ospitato la mamma più dolce: Maria.

Al mattino, ancora insieme, partecipavamo alla Messa Solenne di Na­tale. I canti facevano risonanza alla gioia di tutti. Salivamo a ricevere la Comunione.

A casa il “soch de Nodal” si era consumato. Rimaneva la cenere e qualche tizzone. Ormai non occorreva più. Gesù aveva trovato un altro calore: quello dei nostri cuori che erano per Lui.

GLI INIZI DELLA MIA VOCAZIONE

Era il 1946. A quei tempi ogni anno nel duomo di Montichiari, all’inizio della settimana santa, si celebravano le Sante Quarantore. Anche le frazioni vi partecipavano, alternandosi con orari programmati per l’Adorazione davanti al Santissimo Sacramento, esposto solennemente in alto, sopra l’Altare maggiore.

Avevo solo otto anni. I miei genitori mi portarono per la prima volta a questo evento liturgico per me tutto nuovo. L’appuntamento per i vighizzolesi era stabilito per le ore nove, all’inizio del “viale delle castagne amare”. Toccava ai ragazzi aprire il corteo, ma gli unici presenti eravamo io e i miei fratelli.  Fu in quel momento che Don Luigi Frusca mi venne vicino, con tono deciso mi disse di portare la croce e senza aggiungere altro mi fece indossare in fretta la cotta bianca.

Così vestito, provai un forte disagio, mi sentii di un altro mondo; temevo di essere deriso; cercavo il volto di mia madre per averne il suo consenso.

Inoltre nelle mie piccole mani reggevo una grossa Croce. Ero già abituato a maneggiare il manico del badile, del piccone e della zappa, ma un oggetto sacro per me era troppo.

Al cenno del sacerdote diedi inizio, con passi lenti, al corteo. Alle mie spalle sentivo la gente che mi seguiva pregando e cantando. Man mano avanzavamo, la croce si faceva pesante e le mie braccia dolenti; desideravo che il percorso finisse alla svelta e con gli occhi cercavo la facciata del Duomo, in modo da capire quanta strada mancasse.

Ce la misi tutta. Tenni duro fino alla fine. Non potevo darmi per vinto davanti agli altri e poi mi sentivo investito di un grande compito: condurre tante persone a Gesù.

In Duomo, Don Frusca mi fece salire in presbiterio e inginocchiare accanto a Lui sul primo gradino dell’Altare. È stato un incanto! In mezzo a tanta luce, tra fiori e candele, avvolto dal profumo dell’incenso, davanti al grande altare con tovaglie bianche e pizzi preziosi, l’ Ostensorio in alto con al centro l’Ostia grande di Gesù vivo e vero.

Mi sentii afferrato da tutta quella realtà, che per me aveva il fascino del Paradisio.

Per tutta l’Adorazione rimasi in ginocchio, immobile, con le mani giunte.

Tornati a casa, durante il solito pranzo consumato insieme attorno allo stesso tavolo, la mamma con tono pacato disse a tutti: ”Avete visto quel bambino sull’altare come era composto? Dovete imparare anche voi a essere così”.

Lei, dal centro della navata, non mi aveva riconosciuto. Intervenne subito uno dei miei fratelli. Indicandomi con il suo dito puntato sulla mia spalla, disse: “Mamma, quel bambino è Luigi, questo qui”. Lei non accettò discussioni e subito aggiunse: “Se era Luigi, vuol dire che stando vicini a Gesù si diventa più buoni”.

Dopo pochi giorni, il pomeriggio del mercoledì santo, con i miei compagni feci la Prima Confessione e il mattino dopo del giovedì Santo ricevetti la Prima Comunione. Ricordo l’intensità di quei momenti e di quelle preghiere, le formule misteriose del catechismo imparate a memoria: non ci furono regali, né vestiti particolari, né festa con invitati, ma solo un grande desiderio di ricevere Gesù e di essere più buoni.

A Don Luigi Frusca bastarono questi episodi perché io superassi l’esame di idoneità. Lui prima si accordò con mamma, poi mi chiamò a casa sua, incominciò a farmi imparare le risposte della Messa, tutte in latino; quando mi trovò preparato, mi volle vicino all’altare a servirgli per la prima volta la Messa.

Incominciai così la mia lunga carriera di chierichetto, unico a Vighizzolo: tutte le mattine mi portavo in chiesa puntuale prima delle ore sei; percorrevo la strada da solo, d’inverno col buio ancora fitto, tante volte anche con la neve, avvolto nel mantello che la mamma mi sistemava.

Nacque in me la mia passione per la chiesa e anche la mia vocazione sacerdotale.

Frequentavo volentieri la casa di Don Luigi Frusca: era povera e semplice come la mia; assistevo alle sue cene: sobrie come le mie; sfogliavo il suo giornale, guardavo i suoi pochi e vecchi libri.

In chiesa ordinavo i paramenti, mantenevo freschi i fiori dell’altare, suonavo le campane, salivo sul campanile per il suono dell’ “Allegrezza”, alla sera guidavo la recita del Rosario. L’oratorio non c’era, l’unico spazio libero era quello attorno alla chiesa: inventavo di tutto per trattenere i ragazzi della mia età o più piccoli; oltre ai giochi raccontavo a puntate storie di ogni tipo.

Don Luigi Frusca, vedendo questa mia passione, un giorno mi diede da leggere la Vita di S. Giovanni Bosco. Lasciò che la leggessi e poi mi chiese “Ti piacerebbe diventare amico dei ragazzi come Don Bosco?”

Lui notò che ero rimasto affascinato dalla figura e dall’opera di quel santo prete. Venne a incontrare i miei genitori: mi ricordo che si intrattennero, in piedi, sotto il portico.

La sera, durante la frugale cena, mio padre mi disse: “Scegli tu se vuoi fare il prete. Guarda che la strada è lunga e difficile. Di soldi non ne abbiamo; ma se tu ti impegnerai, noi faremo altrettanto”.

Il 16 ottobre 1949 su un carretto trascinato dal cavallo, i miei genitori mi accompagnarono in seminario con tutto il corredo richiesto e mi affidarono ai superiori.

TRE RICORDI PER UNA GRANDE PASSIONE

E’ bello far memoria del passato. Significa: lodare il Signore per le grazie che ci ha dato, rivedere numerosi volti amici, riascoltare cuori con i quali si sono condivisi eventi lieti e tristi, rivivere la fatica per l’edificazione del Regno di Dio. Conoscere il passato aiuta a capire il presente.

Di tanto in tanto rivisito con ricordi cari il servizio sacerdotale che in nome di Cristo ho cercato di svolgere per quasi undici anni a Botticino Mattina. Ora mi vengono in mente tre episodi. Sono semplici, ma per me sono emblematici.

 

Settembre 1977

Ero parroco da pochi giorni.

Venne riunito il Direttivo delle Acli. Era urgente pagare alcuni debiti; ma la cassa era vuota.

Con stupore vidi i consiglieri presenti prendere dal proprio portafogli quan­to più disponevano per raggiungere la quota necessaria.

Capii che stavo con gente “non di parole, ma di fatti”, capace di as­sumersi responsabilità e di pagare di persona.

Anch’io presi dalla tasca quanto avevo e lo aggiunsi al loro. In quel momento iniziai veramente ad essere loro parroco: nella solidarietà, nella condivisione, nella comunione.

 

Marzo 1982

Ci fu la Missione Parrocchiale.

Sette Sacerdoti Passionisti visitarono le famiglie, animarono i centri di ascolto, predicarono, confessarono, celebrarono. Sono stati quindici giorni di Esercizi Spirituali.

Organizzammo la Messa anche nelle “cave di marmo”.

Le cave sono uno dei simboli del paese: lassù ragazzi, giovani e uomini hanno vissuto esperienze intrise di fatica, di speranza, di umanità.

Lassù in mezzo alle rocce i cavatori prepararono un piazzale, allestirono un altare con un masso e issarono una croce di ferro.

Invitarono a salirvi i loro familiari e i loro amici. Vi si radunò molta gente: pen­sionati con il cuore carico di nostalgia, nonne con il fiato grosso, ra­gazzi e adulti. Quel pomeriggio le mine cessarono di sparare, i martelli pneumatici di battere, le ruspe di spostare rottami di roccia

Nell’iniziare la Messa, la montagna graffiata dalla forza dell’uomo, diventò come una grande chiesa: uno scenario pieno di mistero ci av­volgeva. Attorno all’altare stavano i cavatori, ritti nelle loro tute, col capo fa­sciato dai loro caschi: silenziosi, pensosi, devoti.

Eravamo come sul Calvario: Cristo stava per offrire in sacrificio gradito al Padre la storia di quanti là aveva­no consumato o stavano consumando le loro energie.

E stata quella la prima Messa celebrata nelle cave. Siamo tornati in paese con la convinzione che ogni gesto, ogni movi­mento, ogni rumore delle cave fa parte della grande liturgia di lode che sale a Dio dall’intero universo.

 

18 giugno 1988

Fu l’ultimo giorno della mia permanenza a Botticino come parroco. Sostai in chiesa davanti al Tabernacolo. Affidai al Signore il seme sparso nel cuore della gente. Pensai alle vicende di tante famiglie, ai malati, ai defunti accompa­gnati al cimitero, al futuro dei giovani. Per tutti pregai.

Prima di uscire dalla chiesa baciai il pavimento: sentivo quella terra impastata con la mia vita. Giunto sul sagrato, mi venne incontro un uomo. Mi mise la sua grossa mano sulla spalla. Mi guardò negli occhi e mi disse: “Per me in questi anni il prete è diventato importante”.

Sono tre episodi semplici, ma in me sono scolpiti con i caratteri indelebili della roccia. Al Signore dico: “Ti lodo. Perché riunisci e vivifichi le nostre comunità parrocchiali e a noi doni le tue benedizioni”.

UN'ESPERIENZA BELLA MA VELOCE COME UN SOGNO

II tempo passa. Diventa ricordi di fatti lontani e di ieri. Nel ricordo c’è amore, c’è sapienza, c’è curiosità di co­noscere meglio la vita. Tutto viene. Tutto vive. Tutto finisce. Tutto ricomincia in altro modo. Ricordare è superare la distanza dello spazio e del tempo.

La mia esperienza di parroco a Borgosatollo è stata bella, ma veloce come un sogno.

 

L’inizio: 18 ottobre 1988

Cari parrocchiani, scrissi sul primo bollettino, sono tra voi da pochi giorni. Li ho vissuti intensamente e il mio animo e già pieno di emozioni.

L’accoglienza avuta mi ha rivelato il vostro calore uma­no e la vostra stima per il prete. Quando giunsi alle prime ca­se, un bambino, sostenuto in braccio dalla mamma, mi consegnò un mazzo di fiori, mi guardò e mi sorrise. Fu come se qualcuno mi dicesse: “Non temere. Con te c’è il Signore e tanta gente”. Man mano in corteo entravo tra le vostre case ne ebbi la conferma: una folla mi attendeva. I giovani mi vennero incontro con entusiasmo, tenendo­si per mano; mi avvolsero in una catena di fraternità: fu l’abbraccio della gioventù con il parroco.

Nella chiesa gremita, con voi e per voi pregai e cele­brai l’Eucaristia. Ricevendo le chiavi della chiesa, voi siete entrati nella mia vita. All’omelia vi dissi:

“Cercherò di fare il parroco soprattutto con cuore. Consideratemi servitore di Cristo e operatore di pace”

Ora incomincio a muovere i primi passi: ammiro le strutture sistemate con arte e sacrificio, seguo le liturgie partecipate e animate, imparo i vostri nomi, entro nei cortili e nelle case, visito i malati. Voi già mi confidate e affidate le vostre pene: vorrei essere il Buon Samaritano che si china sul fratello ferito per la strada della vita. Al Signore chiedo: “Aiutami ad essere un parroco dal cuo­re saggio” .

 

L’evento: quaresima 1990

Venni ricoverato in ospedale. Mi diagnosticarono la Mio­cardiopatia dilatativa: il cuore era già seriamente dilatato e con scarsa forza con­trattiva. Mi prescrissero la cura, mi fissarono i controlli periodici, mi raccomandarono le precauzioni del caso.

Dilatare il cuore su misura del cuore di Gesù è l’ideale del cristiano ed è la vita del prete: è un lavoro faticoso, ma l’unico necessario. Si tratta di amare ognuno che ci viene incontro come Dio lo ama. Essere celibi per il Regno dei cieli non significa reprimere l’amore e spegnere il cuore.

La sera del Giovedì Santo successivo, nell’omelia dissi,: “I medici mi hanno trovato il cuore ingrossato. Ora posso e devo amarvi con un cuore più grande”. La gente mi ascoltò e rimase sorpresa.

 

Il congedo: giugno 1991

Al Vescovo scrissi:

“Il cuore non ce la fa. Sono di inciampo al cammino pa­storale. Mi unisco a Gesù in croce. Con Lui dico: tutto e compiuto”.

Alla gente, al temine dell’ultima messa concelebrata con Mons. Mario Vigilio Olmi vescovo ausiliare, dissi:

“Per me il ministero di parroco è ormai consumato. È necessario che la guida di questa bella e benedetta par­rocchia venga affidata ad altri. A me sono bastati tre anni per amarla e portarla in cuore. Anche se non farò il parroco, per tutti sarò sempre Sacer­dote di Cristo.

Il mio inizio tra voi fu meraviglioso. Vi avevo promesso che avrei fatto il parroco soprattutto con cuore. Ebbene, la malattia mi ha colpito proprio il cuore: il mio cuore ora è stanco di bat­tere, ma non di amare. Sento che non posso fare quello che devo e voi meritate. Per questo ho rimesso la parrocchia nelle mani del Ve­scovo.

Nel momento attuale desidero testimoniarvi che quello che conta e fare la volontà di Dio. Non mancheranno le occasioni di incontrarci. A tutti un saluto grande”.