DUE BRACCIA BUONE

DUE BRACCIA BUONE
 
Ricordo volentieri mio padre.
Sembrava burbero, ma era d’animo sensibile.
 
A sette anni, giocando, mi fratturai una gamba.
Lui cercò di portarmi in ospedale con il carretto.
Al fiume Chiese il ponte era bombardato:
segno crudele della guerra.
Senza perdere tempo
mi caricò in braccio, scese in acqua e proseguì.
Piangevo.
Sentii le mie lacrime mescolarsi
con le sue più grosse e più calde.
 
Un giorno lo sorpresi brontolare con mamma.
Le diceva:
“Tu vizi i figli. Vengono sempre da te.
Non sanno di avere anche un padre?”
Forse era geloso per eccesso di amore.
Certamente aveva ragione:
la mamma era sempre in casa,
noi ricorrevano a lei.
 
Ordinato sacerdote, andai curato in oratorio.
Lui mi seguì e anche mamma.
“Grazie, Signore,
per questa loro presenza accanto a me”
 
Papà andava a lavorare.
Una sera mi chiese;
“Si può sapere cosa prendi a fare il prete?
Se non ci fosse tuo padre
qui non tireremmo avanti”.
Si era accorto che
suo figlio aveva mani e tasche buche
per i ragazzi e l’oratorio.
 
A 60 anni andò in pensione.
Quasi subito si ammalò gravemente.
Mi resi conto che era la fine.
Piansi:
era il primo vuoto che si formava nella mia vita.
 
Qualche giorno prima che morisse,
mentre gli accarezzavo il volto,
con una specie di sorriso mi disse:
“Ho fatto testamento”.
Sapevo che non possedeva nulla.
Gli chiesi: “Che cosa lasci a me?”
Rispose:
“A tè e ai tò fradèi lasé
du bràs bù e la òiò dè döperai:
a te e ai tuoi fratelli lascio
due braccia buone e la voglia di adoperarle”.
Queste sono state le ultime parole di mio Padre.

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