GLI INIZI DELLA MIA VOCAZIONE

Era il 1946. A quei tempi ogni anno nel duomo di Montichiari, all’inizio della settimana santa, si celebravano le Sante Quarantore. Anche le frazioni vi partecipavano, alternandosi con orari programmati per l’Adorazione davanti al Santissimo Sacramento, esposto solennemente in alto, sopra l’Altare maggiore.
 
Avevo solo otto anni. I miei genitori mi portarono per la prima volta a questo evento liturgico per me tutto nuovo. L’appuntamento per i vighizzolesi era stabilito per le ore nove, all’inizio del “viale delle castagne amare”. Toccava ai ragazzi aprire il corteo, ma gli unici presenti eravamo io e i miei fratelli.  Fu in quel momento che Don Luigi Frusca mi venne vicino, con tono deciso mi disse di portare la croce e senza aggiungere altro mi fece indossare in fretta la cotta bianca.
Così vestito, provai un forte disagio, mi sentii di un altro mondo; temevo di essere deriso; cercavo il volto di mia madre per averne il suo consenso.
Inoltre nelle mie piccole mani reggevo una grossa Croce. Ero già abituato a maneggiare il manico del badile, del piccone e della zappa, ma un oggetto sacro per me era troppo.
Al cenno del sacerdote diedi inizio, con passi lenti, al corteo. Alle mie spalle sentivo la gente che mi seguiva pregando e cantando. Man mano avanzavamo, la croce si faceva pesante e le mie braccia dolenti; desideravo che il percorso finisse alla svelta e con gli occhi cercavo la facciata del Duomo, in modo da capire quanta strada mancasse.
Ce la misi tutta. Tenni duro fino alla fine. Non potevo darmi per vinto davanti agli altri e poi mi sentivo investito di un grande compito: condurre tante persone a Gesù.
In Duomo, Don Frusca mi fece salire in presbiterio e inginocchiare accanto a Lui sul primo gradino dell’Altare. È stato un incanto! In mezzo a tanta luce, tra fiori e candele, avvolto dal profumo dell’incenso, davanti al grande altare con tovaglie bianche e pizzi preziosi, l’ Ostensorio in alto con al centro l’Ostia grande di Gesù vivo e vero.
Mi sentii afferrato da tutta quella realtà, che per me aveva il fascino del Paradisio.
Per tutta l’Adorazione rimasi in ginocchio, immobile, con le mani giunte.
 
Tornati a casa, durante il solito pranzo consumato insieme attorno allo stesso tavolo, la mamma con tono pacato disse a tutti: ”Avete visto quel bambino sull’altare come era composto? Dovete imparare anche voi a essere così”.
Lei, dal centro della navata, non mi aveva riconosciuto. Intervenne subito uno dei miei fratelli. Indicandomi con il suo dito puntato sulla mia spalla, disse: “Mamma, quel bambino è Luigi, questo qui”. Lei non accettò discussioni e subito aggiunse: “Se era Luigi, vuol dire che stando vicini a Gesù si diventa più buoni”.
 
Dopo pochi giorni, il pomeriggio del mercoledì santo, con i miei compagni feci la Prima Confessione e il mattino dopo del giovedì Santo ricevetti la Prima Comunione. Ricordo l’intensità di quei momenti e di quelle preghiere, le formule misteriose del catechismo imparate a memoria: non ci furono regali, né vestiti particolari, né festa con invitati, ma solo un grande desiderio di ricevere Gesù e di essere più buoni.
 
A Don Luigi Frusca bastarono questi episodi perché io superassi l’esame di idoneità. Lui prima si accordò con mamma, poi mi chiamò a casa sua, incominciò a farmi imparare le risposte della Messa, tutte in latino; quando mi trovò preparato, mi volle vicino all’altare a servirgli per la prima volta la Messa.
Incominciai così la mia lunga carriera di chierichetto, unico a Vighizzolo: tutte le mattine mi portavo in chiesa puntuale prima delle ore sei; percorrevo la strada da solo, d’inverno col buio ancora fitto, tante volte anche con la neve, avvolto nel mantello che la mamma mi sistemava.
 
Nacque in me la mia passione per la chiesa e anche la mia vocazione sacerdotale.
Frequentavo volentieri la casa di Don Luigi Frusca: era povera e semplice come la mia; assistevo alle sue cene: sobrie come le mie; sfogliavo il suo giornale, guardavo i suoi pochi e vecchi libri.
In chiesa ordinavo i paramenti, mantenevo freschi i fiori dell’altare, suonavo le campane, salivo sul campanile per il suono dell’ “Allegrezza”, alla sera guidavo la recita del Rosario. L’oratorio non c’era, l’unico spazio libero era quello attorno alla chiesa: inventavo di tutto per trattenere i ragazzi della mia età o più piccoli; oltre ai giochi raccontavo a puntate storie di ogni tipo.
Don Luigi Frusca, vedendo questa mia passione, un giorno mi diede da leggere la Vita di S. Giovanni Bosco. Lasciò che la leggessi e poi mi chiese “Ti piacerebbe diventare amico dei ragazzi come Don Bosco?”
Lui notò che ero rimasto affascinato dalla figura e dall’opera di quel santo prete. Venne a incontrare i miei genitori: mi ricordo che si intrattennero, in piedi, sotto il portico.
La sera, durante la frugale cena, mio padre mi disse: “Scegli tu se vuoi fare il prete. Guarda che la strada è lunga e difficile. Di soldi non ne abbiamo; ma se tu ti impegnerai, noi faremo altrettanto”.
Il 16 ottobre 1949 su un carretto trascinato dal cavallo, i miei genitori mi accompagnarono in seminario con tutto il corredo richiesto e mi affidarono ai superiori.

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