LA CONFESSIONE, DA ME VISSUTA E CELEBRATA

LA CONFESSIONE, DA ME VISSUTA E CELEBRATA
Testimonianza di Don Luigi Lussignoli
 
La misericordia del Signore ha inondato tutta la mia vita, lasciando segni indelebili nella mia memoria. Qui in semplicità condivido con voi alcuni passaggi che mi hanno aiutato a crescere.

1) Il mio pianto dopo la mia prima confessione 

1946: ero nell’mio ottavo  anno.  La catechista mi preparò alla Prima Confessione e alla Prima Comunione: lo fece con amore ma anche con severità. Ogni giorno con i miei compagni ci riuniva nella chiesetta di campagna;  lì ci faceva ripete per farcele imparare a memoria le cinque condizioni per una valida confessione e la preghiera per la richiesta del perdono. Ricordo il suo sorriso compiaciuto quando qualcuno incominciava a dirle da solo.
A quei tempi le Prime Comunioni venivano celebrate la mattina presto del Giovedì Santo. Nel pomeriggio della vigilia la catechista ci riunì in chiesa. Ci mise seduti nel banco e per stare raccolti ci invitò a mettere la testa tra le nostre mani. Ci suggerì un lungo esame di coscienza. Ci raccomandò di dire tutto al sacerdote, perché al Signore non si può nascondere nulla e il suo occhio vede nel nostro cuore.
Giunto il mio turno, andai a inginocchiarmi davanti al sacerdote: era seduto su una grande sedia, indossava la cotta bianca e la stola viola. Nel vedermelo davanti la mia mente andò in confusione: non sapevo più cosa dire. Ricordo che il sacerdote mi diede l’assoluzione e mi raccomandò di salutargli i miei genitori. Scesi nel banco tra i miei compagni con l’animo smarrito e il volto segnato dalla vergogna.
Quando tornai a casa, appena varcato il portone del cortile, scoppiai in un pianto sconsolato. La mamma mi corse vicino e mi chiese cosa era successo. Con la gola soffocata dal singhiozzo le dissi: «Non sono stato capace di confessarmi bene. Al prete non ho detto tutto e il Signore ha visto che non sono sincero».
La mamma mi strinse a sé, mi baciò in fronte e mi disse: «Il Signore, ogni volta che guarda un bambino come te, sorride di gioia: a lui piaci come piaci alla tua mamma».
Poi mi portò dal sacerdote e gli raccontò l’accaduto. Il prete questa volta mi guardò paternamente e mi rassicurò: «Tu eri confuso, ma io ti ho capito e con me ti ha capito il Signore. Tutti i tuoi peccati sono perdonati. Anzi per dirti che piaci al Signore, dopo la Prima Comunione incomincerai a servire all’altare: sarai il chierichetto di questa chiesetta». Poi aggiunse: «Sono certo che quanto ti è accaduto, ti servirà».
Fu un profezia. Divenni sacerdote e nel mio ministero cercai sempre di far vivere sia ai ragazzi che ai loro genitori la Confessione come una vera FESTA DEL PERDONO.

2) La mia confessione decisiva 

1954: ero nel mio sedicesimo anno e avevo superato gli esami del ginnasio. I superiori mi concessero di indossare la veste talare non solo in seminario, ma anche a casa e in parrocchia. La cosa mi piacque, ma poi cominciò a turbarmi. Ero in piena adolescenza: incerto nelle mie scelte, fragile nei miei propositi, superficiale nella preghiera. Andai dal Padre Spirituale; gli disse: «Padre, sono un secchio vuoto. Non posso presentarmi alla gente in veste talare: non ne sono degno». Parlammo a lungo. Dopo avermi ascoltato con pazienza mi disse: «Confermo: sei proprio un secchio vuoto. Continua a esserlo, perché in un secchio già pieno non si può mettere niente altro. Dio è misericordioso perché riempie i nostri cuori umili del suo amore. Anche Maria, la madre di Gesù, nel suo Magnificat cantò: “Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva. Lui in me ha fatto grandi cose:” Continua a fare il secchio vuoto e Dio ti riempirà la vita».
Mi diede l’assoluzione. Uscii dalla sua stanza rincuorato e deciso a continuare il mio cammino vocazionale.
Quel giorno il mio Padre Spirituale mi indicò il segreto per rendere serena la mia vita: fidarmi della misericordia di Dio che sempre e tutto perdona.

3) L’inizio della malattia 

1990: ero nel mio cinquantaduesimo anno; ero parroco da poco in quella parrocchia. Mi sembrava di viaggiare a grande velocità sulle strade dei miei progetti pasto­rali. La malattia, la miocardiopatia dilatativa, mi si presentò inaspettata e irrompente. Ricordo i particolari della prima visita medica. In ospedale mi confermarono la stessa diagnosi con la prospettiva del trapianto di cuore. Non mi pareva possibile. Consultai altri specialisti. Il verdet­to era sempre lo stesso. Mi sentivo confuso. Non accettavo consigli nemmeno da chi mi voleva bene. Mi ribellavo perfino al Signore.
E il Signore mi concesse la grazia di fare ”verità in me”.
I medici e i superiori insistevano perché ridimensionassi la mia vita. Mi chiedevo: “Cosa vorrà il Signore da me?”. Prima di rinunciare alla parrocchia, con il tormento nell’anima, tornai in ospedale dal medico che mi seguiva: era una donna stimata per competenza professionale e per la sua fede.
Le chiesi con insistenza medicine più forti. Lei mi consigliò: “Il tuo cuore non può fare più di tanto. La­scia l’attività pastorale. C’è bisogno di confessori che sappiano ascoltare. Diventa prete dell’ascolto”.
Non so se quella dottoressa fosse ispirata. Comunque sia, ora non sono più parroco. Ascolto il cuore del mondo. Ascolto il gemito di tanti fratelli. Mi dedico soprattutto al ministero delle confessioni. Cerco di diffondere speranza.

4) Io ti assolvo 

Sono parole di una efficacia immensa: rivelano il perdono di Dio, danno pace alle coscienze. Quante volte le  vado pronunciando nel confessionale, dove passo buona parte del mio tempo. Nel confessionale ho esperimentato personalmente che la misericordia di Dio è infinita: più grande è il nostro peccato, maggiore è  il perdono di Dio. Cristo Risorto ha dato agli apostoli una missione grande: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati», e a ogni uomo la certezza che tutto può essere rinnovato con la confessione.
Continuo a stare in confessionale a distribuire il perdono di Dio e vedo tanta gioia fiorire nel cuore della persone. Con Santa Teresina di Gesù Bambino faccio mie le parole del salmo 88: «Canterò senza fine la misericordia del Signore».
Talvolta mi trovo a osservare le mie mani: sono mani di uomo, ma unte con il Crisma: innalzano l’Ostia consacrata, la distribuiscono ai fedeli, benedicono, assolvono. Mi fermo alla mano destra, quella che traccia il segno di croce sul penitente che si è confessato: mi sembra la mano che distribuisce la carezza di Dio. Ecco cosa è l’assoluzione: la carezza di Dio alle nostre anime. 


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