PRETE DA 50 ANNI: 1962 – 2012

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Testimonianza fatta nel Duomo di Montichiari al termine della Messa Concelebrata con il Vescovo Mario
Vigilio Olmi
 
DIO NON DELUDE:
fare il prete riempie il cuore e la vita. Più che un cinquantesimo di Messa, stiamo vivendo una festa del sacerdozio; stiamo celebrando la bellezza del sacerdozio: è bello essere prete ed è ancora più bello esserlo e viverlo insieme.
Personalmente mi sento avvolto dal mistero: è il mistero di Dio che oggi adoriamo e lodiamo nella sua meravigliosa Trinità. Mi pongo alcune domande e non riesco a darne una risposta: Perché mi sono fatto prete? Come ho fatto a fare il prete per tanti anni? Perché sono ancora vivo con un cuore che non è mio? Da dove mi viene la voglia di fare ancora il prete?
 
Il mistero mi avvolge e mi affascina: sento che è un mistero d’amore; nella mia vita tutto è dono. Con Santa Teresina di Gesù Bambino, la santa che preferivo nella mia adolescenza e giovinezza, dico: “Canterò in eterno le misericordie del Signore”.
 
Dico Grazie al Signore, al Seminario, a sua Eccellenza Mons Olmi che si prese a cuore la mia malattia, a tanti confratelli, al presbiterio di Montichiari con l’Abate Mons. Gaetano Fontana, a Mons. Franco Bertoni per i 19 anni trascorsi insieme.
Dico Grazie a tutti voi: mi date più di quanto merito. Porto in cuore le comunità in cui esercitai il mio ministero: 15 anni a Verolanuova come curato, 11 anni a Botticino Mattina come parroco, 3 anni a Borgosatollo come parroco, 10 anni come Consigliere presso la Coldiretti,  21 anni qui a Montichiari come collaboratore e confessore.
 
Permettetemi di dire un grazie particolare a mia mamma che da 9 anni è in paradiso e che mi accompagnò per 41 anni. Una sera vedendomi sofferente e stanco mi portò le ciabatte, me le accostò ai piedi e fissandomi con sguardo intenso, mi disse: “Io camperei sempre per servire te”. Ringrazio anche i miei familiari e chi ora mi seguono con premura.
 
Saluto, per i cammini spirituali che condividiamo, le Comunità religiose delle Suore Missionarie di Gesù Sacerdote, le Piccole Figlie del Sacro Cuore, le Madri Canossiane, i Silenziosi Operai della Croce e i Volontari della Sofferenza, il Pro familia e il suo gruppo delle vedove, le Figlie di Sant’Angela e altri consacrati. Ricordo Don Dino Foglio che nel momento per me più difficile contribuì a ravvivare il mio sacerdozio, facendomi conoscere il RnS, che saluto insieme alle Equipes Notre Dame, alla San Vincenzo e altri gruppi incontrati.
 
Il Signore mi diede anche un ANGELO CUSTODE, in carne ed ossa, che mi fece da Padre Spirituale per quasi tutta la mia vita e per qualche tempo anche da Rettore. Sintetizzo il mio cammino spirituale in sette CONSIGLI che lui di volta in volta mi diede, senza rendersi conto di quanto avrebbero inciso in me.
 
Primo consiglio:
Da poco ero in seminario. Avevo appena 11 anni. Andai per la prima volta a confessarmi da lui. Dopo avermi ascoltato, mi fece notare che avevo la tasca della giacchetta scucita. Arrossii dalla vergogna. Lui mi insegnò: “La tasca rotta sta proprio male: un’altra volta sii più attento. Però ricordati: il peccato è peggio di una tasca rotta: rompe l’amicizia con Gesù”.
 
Secondo consiglio:
Avevo 20 anni. Mi ponevo un sacco di domande: “Perché farmi prete proprio io? Perché il Signore non si sceglie qualcun altro?   A me non occorrono le sue preferenze”.  In quel periodo nell’orto del seminario c’era un pesco fiorito. Il mio Angelo Custode in carne ed ossa me lo indicò e mi disse: «Tra poco quei fiori cadranno; al loro posto si formeranno saporosi frutti. Anche tu spogliati dei tuoi sogni e delle tue ambizioni; allora darai molto frutto; scegli se vuoi vivere per te o per il Signore».
 
Terzo consiglio:
23 giugno del 1962. Ancora profumato dal Crisma dell’Ordinazione, tornai in Seminario a prendere la valigia per recarmi a casa. In portineria mi venne incontro lui, l’Angelo Custode in carne ed ossa. Mi sorrise e mi disse: ”Ora sei Sacerdote. Il Signore ti ha elevato. Ricordati: più si è in alto, se si cade, maggiore è il rischio di farsi male; anche da preti si può cadere; cadere da preti fa molto male a te e alla chiesa”.
 
Quarto consiglio:
Dopo 15 anni da curato, il Vescovo mi affidò la parrocchia. Il passaggio fu per me difficile. Scoraggiato andai dall’Angelo Custode in carne ed ossa. Lui mi ascoltò e mi disse: “Osserva l’acqua: scorre su ogni superficie, scivola in ogni fessura, logora pietre, sgretola rocce: in silenzio, senza pretese, con costanza. Fa anche tu come l’acqua: entra nelle fessure dei cuori, delle famiglie, degli eventi, delle situazioni … con umiltà e pazienza … Non tu ma la Grazia vincerà ogni resistenza”.
 
Quinto consiglio:
Venne la malattia: non potevo più fare attività; resistevo ai Superiori che mi chiedevano di rinunciare alla parrocchia. L’Angelo Custode in carne ed ossa venne a trovarmi. Conversammo a lungo. Alla fine mi disse: «Vivi il tuo celibato fino in fondo: allora, nell’Ordinazione, rinunciasti agli affetti familiari; ora rinuncia anche alla passione per la parrocchia».
 
Sesto consiglio:
Con il trapianto di cuore mi sentii rinato. Provai la nostalgia della parrocchia. Ancora una volta mi rivolsi all’Angelo Custode in carne ed ossa. Gli chiesi: «Lei cosa mi consiglia?». Mi rispose: «Al sale basta sciogliersi per insaporire. Anche tu: lasciati sciogliere dall’amore di Dio per i fratelli … questo basta perché tu dia sapore alla vita tua e di altri».
 
Settimo Consiglio:
Anche per il mio Angelo Custode in carne ed ossa venne il suo declino fisico. Andai a trovarlo. Mi disse: “Nella vita le certezze sono poche. Abbiamo però una grande speranza: la promessa di Gesù di darci il centuplo quaggiù e la vita eterna”. Queste sue parole mi hanno suggerito una delle mie briciole di bontà dal titolo: Dio non delude. Vi verrà distribuita al termine della celebrazione.
 
Ora sono carico di anni e di acciacchi, eppure continuo a imparare ad essere prete e a fare il prete.
 
Imparo ad abitare di più la chiesa: a godere i sui spazi, a respirare il profumo delle celebrazioni, a lasciarmi avvolgere dal silenzio, a immergermi nella preghiera corale dell’assemblea, a stare alla presenza del mio Signore, ad ascoltare l’anima di tanti fratelli. Chi cerca un libro va in libreria, chi cerca il pane va nel panificio, chi cerca un muratore va sul cantiere. I fedeli sono contenti di trovare il più possibile il prete in chiesa.
 
Imparo anche ad abitare la piazza. È un via vai di gente. Ognuno porta il suo peso quotidiano: chi va in ufficio, chi al lavoro, chi a scuola, chi sta al bar, chi scivola tra le bancarelle del mercato in cerca di acquisti. E’ bello stare lì: offrire la propria presenza, un sorriso perché il Signore te lo ha messo dentro, un saluto, una “Briciola di bontà”: alcuni la chiedono, altri l’attendono, qualcuno la rifiuta: qui resto male non perché rifiutano un foglietto, ma perché respingono la mano che si tende amica; comunque il saluto, dato, non può mai essere spento. Questo mi fa sentire vicino a Gesù che stava tra la folla.
 

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Testimonianza fatta il Giovedì Santo in Cattedrale al termine della Missa Crismalis anche a nome degli altri miei 30
confratelli di ordinazione
 
L’ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE  …  GRANDI COSE HA FATTO IN ME L’ONNIPOTENTE.
Le parole sono poche e povere, ma i sentimenti sono tanti e intensi. Le diciamo insieme, noi ordinati cinquant’anni fa, il 23 giugno del 1962, da sua Eccellenza Giacinto Tredici.
 
Vogliamo dire “GRAZIE” al Signore per il dono del sacerdozio e per il periodo storico in cui l’abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo: il sacerdozio ci ha riempito la vita e il cuore.
 
Iniziammo il nostro ministero alla vigilia del Concilio Vaticano II: fu come una primavera per la chiesa. Poi esperimentammo la fatica del rinnovamento postconcilare nella liturgia, nella catechesi, nella pastorale. Fummo coinvolti nei piani decennali della CEI: risposte ponderate e coraggiose alle provocazioni prima della contestazione e poi della secolarizzazione. Vivemmo l’episcopato di Mons. Giacinto Tredici, di Mons. Luigi Morstabilini, di Mons. Bruno Foresti, di Mons. Giulio Saguineti, e ora di Mons. Luciano Monari.
 
Diciamo grazie anche al seminario di allora che ci formò. Diciamo grazie a tutto il presbiterio diocesano perché siamo contenti di farne parte: è bello fare il prete, farlo insieme è ancora più bello.
 
Giovanni Paolo II, ricordando la sua ordinazione Sacerdotale, accennò a quando si prostrò  a terra e poggiò la fronte sul pavimento della chiesa. Sentì l’odore della polvere, il freddo della pietra. Pensò all’importanza del pavimento su cui gli altri camminano. Immaginò di essere come il pavimento su cui tanti possono camminare verso Gesù. Lui fu un grande pavimento per la chiesa e per l’intera umanità.
 
Noi, più che un pavimento, fummo delle semplici mattonelle, per l’esattezza trenta mattonelle. Il Vescovo ci posò qua e là per la diocesi, dove c’era bisogno perché i fedeli potessero andare da Gesù.
 
Ora gli anni sono passati: con gioia e gratitudine celebriamo il cinquantesimo di sacerdozio. Si dice anche: “Messa d’oro”: quanto sarebbe bello, se ogni messa, celebrata in tanti anni, fosse “Messa d’oro”!
 
Alcune di quelle trenta mattonelle si infransero: pensiamo ai nostri compagni defunti. Le altre portano i segni del tempo. Ora siamo tutti carichi di anni e di acciacchi. Siamo più dei cocci che delle mattonelle; ma siamo sempre pronti a ridire al Signore, nonostante tutto, ogni giorno, il nostro “Eccomi”, perché siamo pienamente consapevoli che al Signore basta dei semplici ciottoli per fare il mosaico della sua chiesa e del suo cielo.
 

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Testimonianza fatta nella chiesa di Vighizzolo, frazione dove nacqui e che animai mentre era in attesa del nuovo parroco
 
È una grazia del Signore per me celebrare, nel mio cinquantesimo di Messa, la Pasqua nella chiesa dove fui battezzato, feci la Prima Confessione e la Prima Comunione, imparai a servire all’Altare e, avvertii i primi richiami al Sacerdozio.
 
Qui nella mia chiesetta d’origine rivedo il Crocifisso che baciai per la prima volta in vita mia. In questi giorni sono ritornato a baciarlo di nuovo, l’ho fatto restaurare perché ritornasse bello come allora. Durante la celebrazione del Venerdì Santo l’ho innalzato davanti all’assemblea, me lo sono stretto sul cuore: il primo Crocifisso che baciai in vita mia! L’ho consegnato agli adolescenti, l’ho affidato loro come un bene prezioso da custodire. Loro, alternandosi, l’hanno sostenuto per tutto il tempo in cui fedeli si sono susseguiti a baciarlo: ho ammirato la loro serietà e la loro convinzione.
 
Qui nella mia chiesetta di origine rivedo anche la statua di Maria Immacolata: davanti a questa statua quanto pregai! La guardavo e le confidavo i miei sogni, le mie fatiche, anche le mie fragilità! Quanti rosari recitai! Lei mi accompagnò nel mio cammino vocazionale.
 
Durante le vacanze dopo la 4 ginnasio, le chiesi una grazia speciale. Ero stufo del seminario e non volevo più studiare. Lei, l’Immacolata, avrebbe dovuto convincere i superiori a scrivermi una lettera per lasciarmi a casa. Per ottenere questo le feci anche una bella novena. La lettera non arrivò mai. Ritornai in seminario contro voglia e con tanta rabbia con Lei: mi sembrava che non mi stesse ascoltando.
 
Invece la grazia me la fece, ma a modo suo. Dopo 9 mesi alla fine della quinta ginnasio i superiori mi ammisero alla Vestizione: il Vescovo mi consegnò la Veste Talare. Quando la indossai avevo 16 anni; da allora l’ho quasi sempre portata. Ritengo che questo sia stato uno scherzo materno di Maria, Madre dei Sacerdoti. Ora lascio a voi giudicare se Maria Immacolata fece proprio bene ad ascoltarmi in quel modo.
 
Vi comunico anche che ho fatto testamento. Ve lo dico in dialetto: «Làse la òiò de fa èl pret a chi la völ  (Lascio la voglia di fare il prete a chi la vuole)».
 
Gloria alla Santissima Trinità. Amen. Amen. 

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