UNA STRETTA DI MANO DI MIO PADRE

1950. Finalmente l'anno scolastico finì. Iniziarono le vacanze. Dalla prima fui promosso alla seconda media. Lasciato il seminario, tornai alla mia casa: posta al centro della frazione, vicina alla chiesa, circondata da una vasta campagna sempre bisognosa di braccia e di mani che la coltivassero.
Portavo con me la valigia piena di indumenti e di libri. Arrivato in cortile, i primi che mi corsero incontro a salutarmi, sono stati i miei fratelli. Mamma e papà mi attesero sotto il portico. Andai da loro contento di rivederli. Mio padre mi afferrò con la sua mano robusta e ruvida una delle mie e la trattenne tra la sua. Guardandomi, mi disse:
 
«Mi hanno detto che in seminario ti sei comportato bene ... Hai imparato a studiare e a pregare ... Ma sento che questa tua mano non è più la mano di mio figlio ... è troppo vellutata e raffinata ... Ricordati che tu sei figlio di un lavoratore dei campi ... Adesso che sei in vacanza impara a lavorare. Ho già preparato la tua vanga, la tua zappa, il tuo tridente, il tuo rastrello ... Per diventare un buon prete devi prima essere un bravo lavoratore».
 
1977. Mio padre morì a sessantacinque anni in casa di suo figlio prete. La domenica prima che morisse, a noi suoi figli convenuti attorno al suo letto, con voce tenue e con un po' di ironia disse:
 
«Ho fatto testamento. Lascio a tutti: du brass bu e la òiò de doperai = lascio due braccia buone  e la voglia di usarle»
 
Mio padre era proprio sfinito, ma la passione per il lavoro pulsava ancora forte nel suo sangue.

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